"Album bianco", di Franco Fabbri



Bella, questa storia che è la storia degli Stormy Six e di uno dei suoi componenti principali, ma anche un pezzo della nostra storia – che, dagli anni ’70, è stato anche un pezzo della MIA storia.
Allora, partiamo da tutte le cose che non sapevo, che sono sempre le più interessanti.
Non sapevo che, nella Milano di fine anni ’60, gli Stormy Six fossero un gruppo liceale fighetto, composto da figli della buona borghesia, che “importavano” musica inglese ed erano molto gettonati alle feste di compleanno dell’alta società.
Non sapevo che gli Stormy Six, nell’ambito delle band scolastiche, fossero ritenuti i migliori di tutti – tant’è che furono tra i primi ad avere un vero contratto discografico.
Non sapevo che gli Stormy Six, insieme ad Al Bano e Fiammetta, ai New Trolls e a Maurizio Arcieri, fossero stati aggregati come spalla al primo tour italiano dei Rolling Stones nel 1967. (Naturalmente Jagger e soci non si filarono nessuno, viaggiavano e si esibivano per conto loro indifferenti a chi suonava prima).
Non sapevo che negli anni sessanta e settanta si traducevano in italiano centinaia di canzoni inglesi non solo per venerazione verso la musica anglosassone, ma anche perché  (cito Fabbri)
la legge sul diritto d’autore prevedeva (prevede?) che all’autore del testo in italiano andasse una parte dei proventi generati non solo dalla canzone tradotta, ma anche di quella nella lingua d’origine.
In quegli anni, fu una delle vie più facili per arricchirsi , una specie di rendita garantita per gli autori in buoni rapporti con gli uffici editoriali. Decine, centinaia di milioni di lire di allora per aver scritto un testo italiano che magari non finirà mai su un disco, ma che corrisponde ad un grande successo internazionale. Uno scrive un testo intitolato “Mister Tamburino”, che nessuno mai si sognerà di cantare in italiano, e si ritrova due ventiquattresimi dei diritti ogni volta che la radio trasmette il disco dei Byrds, o la versione lunga di Bob Dylan; e il sette e mezzo per cento sui diritti fonomeccanici per le vendite del singolo…
Non sapevo (non mi ero mai accorto) che il tema di “Per i morti di Reggio Emilia”, Fausto Amodei lo avesse “rubato” da “Quadri di una esposizione” di Mussorgski.
E, in termini di assonanze pericolose che poi sono solo inevitabili assimilazioni di quel che si è ascoltato (per non ricordare il noto caso Ivan Graziani/Phil Collins - che su Al Bano/Michael Jackson transigiamo volentieri:-)), anche il ritornello di “Nuvole a Vinca” degli Stormy Six assomiglia moltissimo ad una canzone di "The Lambs lies down on Broadway" dei Genesis, mentre un amico colto fa loro notare che il tema principale di “Un biglietto del tram” è quasi identico a quello del Quartetto n. 8 di Shostakovic.
Non sapevo che il Movimento Studentesco di Milano, quando gli Stormy Six smisero di essere “allineatissimi”, accusò la canzone “Stalingrado” di “formalismo” (è surreale una accusa staliniana ad una canzone che esalta l'eroismo del popolo sovietico che resiste all'invasore nazista e lo ferma...)
Non sapevo che, oltre a Milano e Torino, anche Bari e Verona fossero piazze da grande pubblico per gli Stormy Six, mentre a Firenze, Parma o Genova non sapevano nemmeno chi fossero.
Non sapevo che, adorati in Germania, nel 1980 vinsero il primo premio della critica discografica tedesca con “Macchina Maccheronica” come miglior disco rock dell’anno (con i Police di “Zenyatta Mondatta” secondi!!)
Non sapevo che la compositrice inglese Gayle Hawes (1892-1973) per 67 anni avesse riempito 950 quaderni con circa 14.000 versioni di  un’unica melodia, “The love affair”:  finchè non annotò sotto al pentagramma che quella era “l’ultima versione”, e si suicidò.

Sapevo, ma non ricordavo più, che l’assolo di pianoforte di Tony Banks nella bellissima “Firth of Fifth” dei Genesis è costruito con precisione sconvolgente sulla serie di Fibonacci.
E non sapevo che Bela Bartok ha usato questa serie per costruire tutto, dalle scale alla organizzazione formale della sua musica più avanzata (blocchi di 21,13,8,5 battute…), e che il chitarrista Fred Frith, quando componeva, si teneva a portata di mano una pigna, come modello di quella proporzione meravigliosa esistente anche in natura.

Non sapevo che alla fine Franco Fabbri fosse riuscito a insegnare musicologia all’Università di Torino (con particolare riferimento alla musica popolare), e a vincere il concorso come ricercatore in etnomusicologia alla sonante età di sessant’anni, quando uno inizia a pensare alla pensione:-), e nel 2001 tenesse lezione nell’aula di fianco a quella di un altro docente di eccezione, Roberto Vecchioni.
Non sapevo che gli Stormy Six iniziarono davvero la loro carriera di cantori della musica popolare e politica italiana durante la campagna elettorale italiana del 1972, quando il PCI veneto chiese loro di aprire con un concerto (in versione mobile, con palco da due metri per uno montabile e smontabile in mezz’ora) tutti i comizi dei candidati; in una terra dove c’erano poche speranze di vittoria a fronte dello strapotere della DC, e quindi non era un problema se si cantavano canzoni un po’ dure:-).
Non sapevo che “Pontelandolfo” fu la prima canzone politica scritta da Fabbri e dagli Stormy Six (1971), nata dalla lettura di un libro a cura di Aldo De Jaco intitolato “Il brigantaggio meridionale” e basata quasi letteralmente sul resoconto parlamentare della ribellione (e della sua repressione da parte delle truppe piemontesi, che provocò centinaia di morti).
Non sapevo che gli Stormy Six avessero sempre avuto problemi con la loro casa discografica, che negava loro pubblicità e canali di vendita, nonostante ai concerti i loro dischi si vendessero come il pane.
Che per tutti loro, anche dopo la fine dell’esperienza del gruppo, ostracismo e silenzio sono stati il prezzo della scelta coraggiosa di esserci, con la musica, quando era (o sembrava) doveroso esserci.
Non sapevo che le loro canzoni non potevano essere trasmesse in radio, se non previa autorizzazione di un Direttore Generale (quando cadranno nell’oblio, basterà quella di un semplice funzionario).
Non sapevo della lunga e profonda amicizia che legava (e lega) gli Stormy Six a Moni Ovadia, ma non mi stupisce.
Non sapevo alcuni gustosi particolari della vita e della carriera di Eugenio Finardi (che me lo hanno reso più simpatico) e di Alberto Camerini (lasciamo stare…).
Questo è tutto quello che non sapevo.
Sapevo invece che, quando la rivoluzione sembrava possibile, non tutti erano egualmente sinceri nel desiderare un futuro migliore per tutti, e molti si preoccuparono moltissimo di garantirsi soprattutto il loro (nei giornali, nella politica, nella cultura).
Quello che so, quel poco che so è che ancora oggi sento spesso “Stalingrado”, “La fabbrica” , “Per i Morti di Reggio Emilia” e “Dante Di Nanni”, “Un biglietto del tram”… e vengo ancora percorso da brividi di commozione, fino alle lacrime, per tutto ciò che quelle canzoni rappresentano e sanno evocare in me:  tempi in cui le idee e la politica incidevano sulla vita delle persone come una questione di vita e di morte, perché la politica poteva e sapeva disegnare l’idea di un futuro, di una società per la cui costruzione valeva anche la pena di morire.
Oggi, come cantò Gaber millenni fa in una invettiva che non ha perso un briciolo della sua attualità, la politica è solo un mestiere come un altro. Le merci vendute nel supermarket della politica sono scintillanti e tutte uguali, ma quasi tutte hanno lo stesso grado di passione che può dare la confezione di plastica dei salumi.
L’aria non brucia più (come se cantasse il coro dell’Armata Rossa:-))…è diventata fetida, ed ancora non ci viene in mente un modo nuovo per fare tornare il vento, spazzare via i miasmi e rivedere il cielo azzurro ed il sogno di un futuro diverso.
Grazie, Franco Fabbri, per averci voluto raccontare questa vostra e nostra storia. 

Letto il 30 novembre 2013

4 commenti:

  1. Bellissima recensione. Anche io non sapevo un sacco di cose, però la melodia dei "quadri di una esposizione" l'avevo effettivamente orecchiata.
    Mi sa che anche questo libro finisce in wish list.
    A te però consiglierei di approfondire i numeri della repressione piemontese del brigantaggio ;-)

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  2. Corretto da "decine" a "centinaia": i morti provocati dalla repressione a Pontelandolfo furono tra 164 (relazione ufficiale) a oltre 400 (dato riportato da Wikipedia, senza fonte).

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  3. http://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Pontelandolfo_e_Casalduni

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  4. anche io non sapevo tante cose...ma saprei ancora cantare le canzoni che citi!!

    ottima recensione Lupo!!

    Stefi

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